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Scienza e Realtà

Discussion in 'Sciences & Technology' started by Eleean, Jun 27, 2012.

  1. wago

    wago Enlisted Sailor

    Mi piace il tuo punto di vista e vorrei capirlo meglio. Anche io ho pigramente "esplorato" la possibilità che la realtà non sia altro che il Discorso, ma non so bene se in modo analogo al tuo. Alla fin fine non son giunto a una conclusione (come ovvio che fosse) e ho un po' messo fra parentesi l'idea, per riprenderla in momenti di maggior vuoto mentale, ma era qualcosa del genere:
    - Tutto ciò con cui interagisco sono oggetti nel mio pensiero, e l'unico modo che ho per razionalizzarli è inserirli in un "discorso" fatto di simboli e linguaggio. E' anche l'unico modo che ho per comunicarli a un'altra razionalità (vero e non vero questo, ma facciamo che sì) e renderli così parte di una "realtà" comune.
    - E' davvero importante che queste frasi e questi simboli si riferiscano a qualcosa di esterno, si "avvolgano" attorno a un noumeno che li sostiene? E se invece l'oggetto esterno fosse una semplice illusione, un qualcosa che voglio per forza immaginare esistere come massa che incurva uno spazio che è invece puro discorso, "curvo" già di per sé in quel punto senza alcun bisogno di una causa materiale? In questo modo la realtà è il discorso sulla realtà, è dotata di una logica a me affine perché ogni discorso che riesco a formulare riflette la logica della mia mente: il mondo è dunque un "logos" astratto, una geometria fondata sul niente che "cartografa" sé stessa dandosi nomi, immaginandosi oggetti di cui possa essere proiezione, modificando sé stessa come un tutto dinamico che segua la naturale evoluzione delle sue leggi intrinseche.
    - Questa assoluta "superficialità", o visione del mondo come pura Sintassi, priva di semantica, è in fin dei conti in sintonia col modus operandi di buona parte della scienza teorica. Come mostro che due teorie matematiche o fisiche o che sono equivalenti? Non mostrando che si riferiscono agli stessi oggetti reali, ma esibendo delle corrispondenze sistematiche tra le loro strutture logiche; o al limite che esse "costruiscono" gli stessi oggetti e gli stessi fenomeni - entità che però vivono solo nel mondo astratto del discorso, e mostrano semmai solo una somiglianza con gli oggetti e fenomeni che vedo o credo di vedere nella realà. Dunque credo che una visione del mondo come magma di discorsi parzialmente coestensivi, provvisti di improvvise corrispondenze o isomorfismi o "curvature" proprio in corrispondenza di ciò che noi chiamiamo oggetti reali abbia una sua legittimità teorica.

    La visione è a mio avviso molto affascinante ed elegante (spero risulti almeno un poco comprensibile); presenta però numerosi problemi che mi fanno dubitare della sua sostenibilità, anche in un'eventuale forma indebolita.
    1) Chi o cosa sarei io, in questo quadro? Non mi pare che una simile argomentazione offra risposte lampanti a quella che è a mio avviso una domanda chiave della filosofia (o almeno di quella che più mi affascina). Questa visione, anzi, dissolve l'individualità in un mare di logica e logiche in cui è più facile perdere la strada che trovarne una risolutiva. La tentazione più forte è quella di interpretare l'Io come un "pozzo" autoconsapevole nella superficie del Discorso, ma come questo possa funzionare e in che modo vada considerato "esistente" mi pare estremamente vago.
    2) Troppi aspetti della nostra vita hanno un carattere non-intellettuale e non-discorsivo; troppe delle nostre interazioni avvengono a un livello inferiore a quello razionale. Come inquadrare le mie azioni pratiche, specie le più semplici e "immeditate" in questo orizzonte, e soprattutto come rendere conto del fatto che sembrano modificarlo in modo efficace? Apro inavvertitamente una porta e la porta si apre davvero: come configurare l'evento in modo che l'azione materiale (il gesto di aprire la porta) si rifletta effettivamente sull'effetto sul discorso ("la porta è aperta")?
    3) In troppe circostanze la nostra realtà mentale razionale appare influenzata da un qualcosa di esterno che la trascende e non sembra riconducibile a una "generazione spontanea" interna al discorso stesso. Scopro una galassia lontana: ok, il fatto che sia una galassia e sia lontana è evidentemente qualcosa di interno al discorso, ma resta il fatto che mi sono imbattuto in "qualcosa" che non sembra figlio del discorso in sé. Allo stesso modo autonomi dal discorso sembrano i terremoti o le viti che non entrano, le persone incontrate per caso o il sugo che ci macchia la camicia. Insomma, anche a volerlo radiare a ogni costo dalla realtà, il mondo esterno ritorna come se niente fosse.

    In ogni caso, se mi pronuncio "antirealista" non è perché non credo alla realtà fisica: mi sembra anzi allo stato delle cose l'ipotesi più assennata sulla struttura di quel che percepiamo. L'etichetta che mi assegno è dovuta alla mia convinzione dell'indimostrabilità della sua esistenza, e alla mia disponibilità a "convivere" nella mia mente con diverse visioni del mondo, che vanno dal solipsismo al realismo esterno passando per una visione quasi panteista del Tutto, senza per forza doverne scegliere una come "quella vera".

    Chiedo scusa per il vasto OT, sono decisamente partito per la tangente. Dal prossimo post (che ho già in mente, mi spiace per voi) torno a rigare dritto.
  2. wago

    wago Enlisted Sailor

    Cercando di tornare un po' in topic, credo che in effetti sia fondata la distinzione che Helios fa tra quella filosofia che "esplora" le metafisiche/le ontologie della scienza (quello della meccanica quantistica è un ottimo esempio) e quella disciplina - a seconda dei gusti - a cavallo tra logica, storia della scienza, filosofia tout court e sociologia che indaga il modus operandi della scienza e il significato stesso dell'agire scientifico. Insomma, l'epistemologia.

    La distinzione c'è, anche se spesso grandi scienziati e filosofi si sono occupati dell'una e dell'altra cosa in modo non ben separabile. Galileo nell'attaccare l'impianto teorico della scolastica ne ha messo in discussione sia la metafisica che il modus operandi; Feyerabend per mettere in luce l'infondatezza di alcuni dogmi sull'agire scientifico ha preso di mira proprio Galileo e ha avuto da ridire anche sulla consistenza della sua metafisica. E si potrebbe andare avanti con gli esempi.
    Io ammetto di essere forse più ferrato nel secondo ambito che nel primo, non per disinteresse solo per la strada intrapresa nei miei studi e nelle mie letture. D'altro canto, però, anche io storco il naso di fronte alle linee di pensiero ultra-socialcostruzioniste dei vari "sociologi della scienza" che hanno prima sviluppato poi estremizzato le intuizioni di Kuhn (dai seguaci del "Programma Forte" di Edimburgo - peraltro molto interessante - agli "studi di laboratorio" di Latour fino a follie derridiane come il progetto riflessivista) arrivando di riffa o di raffa a sostenere che la scienza è pura costruzione sociale autogiustificantesi e che spiegarne lo sviluppo richieda unicamente considerazioni sociologiche, mai confronto col fenomeno o la coerenza delle teorie. Dunque ci sto, proviamo a sconfinare un po' nell'altro territorio, e scusatemi se dirò qualche cazzata: non ne so granché. Anzi, mi piacerebbe cogliere questo thread come spunto all'approfondimento.

    Prendiamo proprio il caso della fisica moderna (meccanica quantistica classica e relatività generale: oltre non vado, per limite mio). E' incredibile come, nei corsi e nei testi introduttivi, ci si muova al suo interno senza far caso alla totale "assurdità" di quel che presuppongono. Se ne abbraccia il formalismo matematico e via: va' dove ti porta Hamilton, o Riemann. Poi uno si ferma un attimo e ci riflette, e si rende conto di quanto inconciliabili siano questi quadri teorici non dico fra loro, ma proprio con la nostra forma mentis, le care vecchie "categorie a priori dell'intelletto" di kantiana memoria. Il tempo, cardine di una larga parte della filosofia accademica così come di quella privata di ciascuno, salta completamente. Gli oggetti e la loro stessa "oggettosità" si spappolano in funzioni d'onda che un po' ci sono, un po' non ci sono in un limbo che appena lo guardi - tatlac! - torna a salvare le apparenze di una realtà fatta di oggetti. E noi, tranquillamente, accettiamo, perché ne capiamo (magari con un certo sforzo) la matematica e tanto ci basta.
    Ma in fondo è rincuorante che simili destabilizzanti panorami si concretizzino solo in territori così distanti dalla nostra quotidianità, mentre la fisica "nostra", quella newtoniana, sia salva & perfettamente coerente & perfettamente aderente a ciò che noi intuitivamente percepiamo come mondo ordinario. Vero? Col cacchio! Il problema di conciliare il tempo perfettamente reversibile della meccanica classica con la freccia del tempo ben evidente in termodinamica (e soprattutto nella nostra vita) è infatti tutto meno che banale e, se è vero che la teoria dei sistemi complessi che segue il filo di Von Bertalanffy e Prigogine ha consentito importanti passi avanti per un approccio scientifico alla questione, devo ammettere che ad esempio alcune delle considerazioni sull'impossibilità concettuale del demone di Laplace che sono alla base delle argomentazioni di Prigogine a me sembrano decisamente inconsistenti (in generale il suo filo logico non brilla per precisione, peraltro).

    Se poi ci si addentra più esplicitamente nel vasto campo dei "fondamenti", che mi pare decisamente attiguo, ci si imbatte in buchi grossi come case e ci si accorge che l'intera baracca scientifica è costruita su un terreno più paludoso che mai. L'immagine popperiana della palafitta come metafora della scienza mi pare molto calzante per descrivere la situazione. Per esemplificare: utilizziamo scioltamente (per fortuna, sia chiaro!) concetti come "forza", "massa", "numero naturale", "implicazione" ecc ma raramente ci curiamo del fatto che le loro definizioni siano circolari, che il secondo principio della dinamica legittimi la forza con la massa e la massa con la forza, includa sul piano logico l'usuale formulazione del primo (cosa che non ho mai letto in giro e mi auguro sia sbagliata, ma a me pare abbastanza chiara)... o che arrivati al punto di definire i numeri naturali a partire da solide basi insiemistiche li abbiamo già utilizzati una mezza dozzina di volte a livello implicito.

    Detto questo, mi rendo conto che di nuovo l'intervento non è andato a parare dove avrebbe inizialmente voluto, ovvero sulla questione specifica delle interpretazioni della fisica quantistica. Io francamente mi ci muovo in modo molto poco sciolto anche perché le mie conoscenze in materia sono scarse, ma mi piacerebbe un po' capire "come la vedete" e se ritenete esistano allo stato attuale delle cose interpretazioni convincenti e consistenti: la mia sensazione spannometrica è che tutte quante restino ancora piuttosto lontane dall'obiettivo finale.
  3. Morpheu5

    Morpheu5 Petty Officer Third Class

    TL;DR. Volevo solo mettere i miei 2 cent, che poi al cambio fanno 1.6 pence ma vabbè, senza inoltre alcun riguardo per il fatto che magari qualcuno l'abbia già detto.

    Riguardo l'OP, scienza e realtà sono intimamente collegate: la percezione generale della "scienza" è che la scienza sia quella cosa che vuole spiegare la realtà in modo razionale, scoprendone le leggi e descrivendole in termini della conoscenza acquisita o descrivendo la conoscenza acquisita in nuovi termini, a seconda.

    Tuttavia non è che "scienza" si ferma a ciò altrimenti ad oggi vestiremmo ancora di foglie di fico e gireremmo con la clava sulle spalle, tronfi del fatto di sapere che se moriamo a 20 anni di tifo, e non a 30 di morte naturale, ci sono tre differenti microorganismi che lo causano e non un dio cattivo. C'è una parte di "scienza" che è quella in cui le conoscenze vengono applicate nella pratica che non è meno scienza dell'altra, e non è meno importante dell'altra, perché francamente io a Galileo a strizzare gli occhi per disegnare la Luna non ce lo vedo proprio, ma col cannocchiale invece sì. Quindi la "scienza" ha la duplice funzione di spiegare la realtà e formare la realtà, e le due cose vanno necessariamente di pari passo.

    Detto ciò appoggio grandemente quello che diceva il buon wago sul rapporto tra umanisti, scienziati e le relative discipline. È vero che molti umanisti rifuggono la scienza come se fosse la sorgente di ogni male ed è vero che molti scienziati si prendono allegramente gioco degli umanisti in quanto "non producono che frittura d'aria" o scemenze del genere. Purtroppo (o per fortuna) siamo arrivati ad un punto in cui le due cose si sono separate (io ho sempre in mente Cartesio, in questi casi, ma è perché di filosofia sono ignorante non avendola mai studiata per davvero) ma non è che questo significhi che se le due cose hanno acquisito confini separati allora le persone debbano appartenere all'una o all'altra categoria esclusiva.

    Io, da scienziato, e prima ancora da tecnico perché questa è la mia formazione, riconosco che abbiamo bisogno degli umanisti perché non di sole fibre e proteine vive l'uomo, e vorrei tanto che quegli umanisti che si vantano di non saper accendere neanche una calcolatrice riconoscessero che senza la scienza vivrebbero in una fredda caverna vestiti di pelo.

    C'è un problema secondo me enorme, ed è che non ci parliamo o, quando lo facciamo, non ci capiamo -- o non ci vogliamo capire. Beccatevi questo che la dice lunga.

    (per inciso, qua in UK, chiacchierando con gli umanisti, se uno non sa accendere una calcolatrice, la prima cosa che fa è vergognarsi)

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